PNGR

Parco Nazionale Gran Paradiso - capitolo 1

La storia del Parco Nazionale Gran Paradiso è degna di un romanzo: l’area risulta già vincolata nella II metà dell’800 come Riserva Reale di Caccia dei Savoia. L’obiettivo non celato era permettere la riproduzione dello stambecco perché venisse cacciato sostanzialmente in forma di monopolio da Vittorio Emanuele II e dai suoi ospiti. Inaugurato ufficialmente nel 1922, durante il ventennio fascista vive una fase di declino dovuta alla sostituzione dei guardiaparco con gli uomini della Milizia Nazionale Forestale alle dirette dipendenze del Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste: l’area viene declassata, aumenta il bracconaggio e lo stambecco rischia quasi l’estinzione con un calo della popolazione a poco più di 400 esemplari. Nel II dopoguerra non mancano le frizioni con la popolazione locale che percepisce i vincoli a cui è sottoposta come un’ingerenza dello Stato centrale in territori che per secoli hanno goduto di forme indirette di autogestione. Dopo una fase di spopolamento delle valli alpine dovuta al boom economico e all’incremento dell’industrializzazione pesante con conseguente trasferimento massiccio verso le città, i cambiamenti socio-economici degli anni successivi uniti a una divulgazione capillare hanno fatto comprendere le importanti possibilità che il parco poteva offrire. La lotta al bracconaggio e l’istituzione di gruppi di ricerca permanenti, hanno portato la popolazione dello stambecco a raggiungere il picco negli anni ’90 con circa 5000 esemplari. Gli studi degli ultimi anni hanno registrato un progressivo calo. Ad oggi si contano circa 3000 esemplari. L’ipotesi più accreditata di questa diminuzione considerevole unisce il protagonista del PNGR al calvario dei ghiacciai: come mi ha riferito la ricercatrice Maëlle Jacquier, l’aumento medio della temperatura e il conseguente anticipo della stagione vegetativa, rende il foraggio di fine giugno, periodo di nascita dei capretti, di qualità inferiore. La malnutrizione comporta quindi un aumento della mortalità durante la stagione invernale. Le fotografie corredate di didascalie che vedrete sono il frutto di diverse escursioni e rappresentano il capitolo 1 di un work in progress. Si parte dalla Valsavarenche e dalla Valle Orco, si giunge nella Valle di Cogne per finire con la Val di Rhêmes imbiancata. Ringrazio le donne e gli uomini della montagna che ho incontrato in questi anni e che mi hanno aiutato a comprendere un ecosistema stupendo ma allo stesso tempo fragile. La massa dei ghiacciai diminuisce in maniera esponenziale anno dopo anno. I cambiamenti climatici e l’innalzamento medio della temperatura stanno causando una galoppante metamorfosi che colpisce in maniera impietosa tutto il territorio. Saremo costretti inevitabilmente a ridisegnare e ripensare un habitat che ha costituito una porzione importante della storia sociale ed economica del nostro Paese. Oltre alla paradossale crisi idrica in un territorio serbatoio di acqua, da anni gli abitanti delle valli lamentano una mancanza cronica di servizi essenziali. Immaginare questi luoghi come dei non-luoghi di seconde case, snaturerebbe in maniera sostanziale il tessuto vivo della cultura alpina. Speriamo non rimanga soltanto quello che si raccontava nelle veglie durante i gelidi inverni. Speriamo di non doverlo ammirare soltanto nelle fotografie, memoria di un tempo che fu, “venerando e terribile”. Speriamo non diventi soltanto uno scenario per imprese sportive, guinness dei primati, record di leggendarie ascese nel minor tempo possibile con abbigliamento tecnico-sgargiante e sponsor mozzafiato all’ultimo grido. Lo dobbiamo ai popoli delle valli, per secoli territorio di rifugiati, simbolo di resilien…no, di resilienza no, per carità: simbolo di resistenza. Scrisse William Wordsworth: “Due voci possenti ha il mondo: la voce del mare e la voce della montagna”.

ENG: The history of the Gran Paradiso National Park is worthy of a novel: the area was already protected in the 2nd half of the 19th century as a Royal Hunting Reserve of the Savoia family. The undisguised objective was to allow the ibex to reproduce so that it could be hunted essentially as a monopoly by Vittorio Emanuele II and his guests. Officially inaugurated in 1922, during the twenty years of Fascism it experienced a period of decline due to the replacement of park rangers with men from the National Forestry Militia under the direct command of the Ministry of Agriculture and Forestry: the area was downgraded, poaching increased and the ibex was almost at risk of extinction with a population decline to just over 400 individuals. In the post-war period, there was no shortage of friction with the local population, who perceived the constraints to which they were subjected as interference by the central state in territories that for centuries had enjoyed indirect forms of self-management. After a period of depopulation in the Alpine valleys due to the economic boom and the increase in heavy industrialization, resulting in a massive relocation to the cities, the socioeconomic changes of the following years, combined with widespread dissemination, made it clear the important possibilities the park could offer. The fight against poaching and the establishment of permanent research groups have led the ibex population to peak in the years ’90 with around 5000 specimens. Studies in recent years have seen a progressive decline. To date there are approximately 3000 specimens. The most widely accepted hypothesis of this significant decrease links the protagonist of the PNGR to the ordeal of the glaciers: as researcher Maëlle Jacquier told me, the average increase in temperature and the consequent earlier growing season make the forage at the end of June, the birth period of the puppies, of inferior quality. Malnutrition therefore leads to increased mortality during the winter season. The photographs accompanied by captions that you will see are the result of several excursions and represent chapter 1 of a work in progress. We start from Valsavarenche and Valle Orco, reach the Cogne Valley and end with the whitewashed Val di Rhêmes. I thank the mountain women and men I have met over the years who have helped me understand a wonderful yet fragile ecosystem. The mass of glaciers decreases exponentially year after year. Climate change and average temperature rise are causing a galloping metamorphosis that mercilessly affects the entire territory. We will inevitably be forced to redesign and rethink a habitat that has constituted an important portion of our country's social and economic history. In addition to the paradoxical water crisis in a water-reservoir area, valley dwellers have been complaining for years about a chronic lack of essential services. To imagine these places as non-places of second homes would substantially distort the living fabric of Alpine culture. Let's hope it doesn't just remain what was said during vigils during the freezing winters. Let's hope we don't have to admire it only in photographs, a memory of a time that was, “venerable and terrible”. Let's hope it doesn't just become a scene for sporting feats, for Guinness Book of Records, record of legendary ascents in the shortest possible time with flamboyant technical attire and breathtaking sponsors at the last shout. We owe it to the peoples of the valleys, for centuries a territory of refugees, a symbol of resilien…no, of resilience no, for goodness sake: a symbol of resistance. William Wordsworth wrote: “Two voices are there; one is of the sea, one of the mountains: each a mighty Voice.”

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